Molte canzoni dei Linkin Park sono state usate al cinema, in particolare nella saga di Transformers; penso siano davvero adatte, perché quando le ascolti creano la giusta atmosfera per fantasticare, come si fosse in un film. Vediamo qualche episodio che mi richiamano alla mente.
Esaminando un fatto recente, mi viene in mente ciò che mi successe un sabato, mentre aspettavo mia mamma appena finita la scuola. Mi ricordo di quanto fossi stanca in tutti i sensi, avevo le braccia cariche di borse, il cellulare in mano. Mi ricordo di quando mi accorsi come mi guardava un uomo, di come passando mi salutò. Se si può chiamare uomo. Non è che fossi agitata, però qualche dubbio iniziò a venirmi, soprattutto quando continuava a gironzolare per l’isolato. Finché venne lì e cercò di parlarmi, e ricordo benissimo due cose: la voce e la mano. Aveva un accento straniero, strascicato, lento e melenso, davvero odioso; non mi è mai piaciuto, ma ora ogni volta che sento qualcuno che mi parla in quel modo mi irrito ancora di più. E poi, dato che io mi sforzavo di ignorarlo completamente, continuava a puntare il dito verso il mio braccio, e nonostante lo spesso strato di piume del giubbotto mi pareva di sentire uno spillo che mi bucava la pelle: zac, zac, ad ogni tocco l’elettricità fluiva nel mio corpo e si rinvigoriva, accrescendo l’adrenalina e facendo diminuire il mio autocontrollo. Alla fine ebbi la meglio, riuscii a mantenere la calma e lui, stufo, se ne andò. Devo ammettere che non ero agitata, il mio fisico lo era, ma non la mia mente cosciente: speravo solo che quel metodo funzionasse e potessi levarmelo dalle palle, perché non avevo paura di come difendermi o di dove scappare, piuttosto ero preoccupata perché non sapevo quanto avrebbe insistito prima di, magari, darmi fastidio in maniera più pesante. Non successe niente, ma rimasi un po’ arrabbiata dalla cosa: qualche volta vorrei che gli uomini provassero come ci si sente ad essere braccati, perché è davvero brutto sentirsi il fiato sul collo in situazioni del genere. Voglio dire, noi donne non ci istruiscono su cosa fare in casi del genere, o non abbastanza, e quando succede in ogni caso non ci si ricorda nulla. Ma io mi chiedo perché sia necessario imparare davvero a difendersi, solo perché qualche animale non può tenere le mani a posto.
Poi mi ricordo la velocità in cui si può scoppiare a piangere, l’intensità di cui può crescere il volume della propria voce, l’adrenalina a mille. Proprio quest’adrenalina è la fautrice di tutto, si annida nei dintorni della pancia e poi, a ondate, invade tutto il corpo, la senti in circolo verso i piedi e nel collo, poi all’improvviso ti si ghiacciano anche le mani, perché il sangue fluisce di colpo verso la pancia. E senti quest’enorme forza addosso che cerchi di contenere guardando l’albero di Natale, sai che potrebbe scoppiare da un momeno all’altro senza farti rispondere delle tue azioni. Senti le lacrime calde sulla tua pelle fredda: le lucine dell’albero sono più sfocate, ma il tuo respiro è ancora regolare, i denti serrati. Eppure quando esplodi cambia tutto, sei accecato dalla potenza della tua forza interiore, senti la pancia che continua a contrarsi, tremiti… i singhiozzi infantili… le porte che sbattono. Mi meraviglio di come certe frasi mi facciano venire un senso di nausea per quante volte le abbia sentite. “Non ce la faccio più”; e la bocca contratta in un modo divenuto orrendo, e il viso rosso e caldo che ti guarda implorante. Ma mai come quel paio di volte in cui senti quella frase, irripetibile, e allora sei tu che vuoi morire ma che nel contempo vuoi anche uccidere, vuoi dare tante botte per cercare di svegliare la gente da quell’incubo.
26 12 2011 23:35